Eduardo De Filippo e il monologo del caffè

Eduardo De Filippo è stato un vero Maestro di drammaturgia, un genio in grado di raccontare Napoli e l’Italia intera attraverso le sue commedie. Quando un pezzo di storia s’incontra con un’altra espressione culturale della città, in questo caso il caffè, la magia è assicurata.

Caffè Borbone ha già descritto l’intreccio esistente tra il caffè e il cinema: soffermandoci sul collegamento tra Napoli e l’espresso è stato naturalmente citato il Maestro Edoardo. Riprendiamo, quindi, il discorso da dove lo avevamo lasciato, approfondendo questo meraviglioso legame. La scena più famosa in merito è di certo il monologo del caffè presente nella commedia “Questi Fantasmi!”, capolavoro del 1945. Raccontiamo (per chi non la conoscesse) la trama dell’opera. 

Eduardo De Filippo in “Questi Fantasmi”

Pasquale Lojacono si trasferisce con la giovane moglie, Maria, in un appartamento all’interno un bellissimo palazzo del Seicento. Maria non sa che Pasquale ha ottenuto l’affitto gratis per ben cinque anni, ma in cambio si è impegnato a sfatare la leggenda secondo la quale l’appartamento è infestato dai fantasmi. Raffaele, il portiere, spiega a Pasquale le regole attraverso cui poter rispettare l’accordo col proprietario: il protagonista deve affacciarsi due volte al giorno a tutti e 68 i balconi di casa, mostrandosi sereno e felice, per dimostrare che non c’è traccia di fantasmi.

Pasquale, scettico, decide di accettare e rispettare la strana richiesta, considerando che l’appartamento è molto grande e che, quindi, potrebbe adibirne una parte a pensione, ricavando guadagni utili a migliorare sia la sua condizione economica sia il suo matrimonio. 

Lo scetticismo del protagonista si fa sempre più debole, fino a scomparire del tutto quando incontra, in casa, Alfredo, l’amante della moglie, scambiato da Pasquale per un fantasma. 

Per questo motivo egli non si pone troppe domande quando trova, casualmente, denaro e doni nell’abitazione, presenti che Alfredo dedica all’amante. Non solo si convince della presenza dei fantasmi ma anche che essi l’avessero preso in simpatia, offrendogli dei regali.

Pasquale mette, quindi, alcuni annunci sul giornale circa la pensione, che però non hanno l’effetto sperato: di clienti non c’è traccia alcuna. Intanto, però, il nostro protagonista continua comunque a passare le sue giornate mantenendo la promessa e ritrovandosi spesso a conversare con il Professor Santanna, suo dirimpettaio, fingendo serenità e felicità affacciato ai vari balconi di casa.

Il Monologo del caffè

Quando avviene il famoso monologo? All’inizio del secondo atto. Pasquale Lojacono (Eduardo De Filippo), siede fuori uno dei balconi di casa, e prepara il caffè con la tipica caffettiera napoletana. Il suo interlocutore è proprio il Prof. Santanna. 

Il monologo è la perfetta sintesi della cultura napoletana del caffè, del suo valore simbolico, rituale e quotidiano, della gioia e della felicità uniche che da esso derivano. Riportiamo ora il famoso monologo, da leggere e gustare accompagnato da una deliziosa tazzina di caffè.

“…A noialtri napoletani, toglierci questo poco di sfogo fuori al balcone… Io, per esempio, a tutto rinunzierei tranne a questa tazzina di caffè, presa tranquillamente qua, fuori al balcone, dopo quell’oretta di sonno che uno si è fatta dopo mangiato. E me la devo fare io stesso, con mani. Questa è una macchinetta per quattro tazze, ma se ne possono ricavare pure sei, e se le tazze sono piccole pure otto per gli amici… il caffè costa così caro… Mia moglie non mi onora queste cose, non le capisce. È molto più giovane di me, sapete, e la nuova generazione ha perduto queste abitudini che, secondo me, sotto un certo punto di vista sono la poesia della vita; perché, oltre a farvi occupare il tempo, vi danno pure una certa serenità di spirito. Neh, scusate, chi mai potrebbe prepararmi un caffè come me lo preparo io, con lo stesso zelo… con la stessa cura. Capirete che, dovendo servire me stesso, seguo le vere esperienze e non trascuro niente… Sul becco… lo vedete il becco? (Prende la macchinetta in mano e indica il becco della caffettiera) Qua, professore, dove guardate? Questo… Vi piace sempre di scherzare…. No, no… scherzate pure… Sul becco io ci metto questo coppitello di carta… Pare niente, questo coppitello ha la sua funzione… E già, perché il fumo denso del primo caffè che scorre, che poi e il più carico, non si disperde. Come pure, professo’, prima di colare l’acqua, che bisogna farla bollire per tre o quattro minuti, per lo meno, prima di colarla dicevo, nella parte interna della capsula bucherellata, bisogna cospargervi mezzo cucchiaino di polvere appena macinata, piccolo segreto! In modo che, nel momento della colata qua, in pieno bollore, già si aromatizza per conto suo.  Professo’ voi pure vi divertite qualche volta, perché, spesso, vi vedo fare al vostro balcone a fare la stessa funzione. E io pure. Anzi, siccome, come vi ho detto, mia moglie non collabora, me lo tosto da me… Pure voi, professo’? E fate bene… Perché, quella, poi, è la cosa più difficile: indovinare il punto giusto di cottura, il colore… A manto di monaco… Color manto di monaco. È una grande soddisfazione ed evito pure di prendermi collera, perché se, per una dannata combinazione, per una mossa sbagliata, sapete… ve scappa ‘a mano o’ piezz’ ‘e coppa, s’aunisce a chello ‘e sotto, se mmesca posa e ccafè… insomma, viene una zoza… siccome l’ho fatto con le mie mani e nun m’ ‘a pozzo piglia’ cu nisciuno, mi convinco che è buono e me lo bevo lo stesso. Professo’, è passato. State servito? Grazie. (Beve) Caspita, chesto è cafè… è ciucculata. Vedete quanto poco ci vuole per rendere felice un uomo: una tazzina presa tranquillamente qui fuori… con un simpatico dirimpettaio…”

 

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